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INTRODUZIONE GENERALE AGLI ITINERARI

Lungo un territorio dove i colori sfumano dolcemente, ogni gradazione racconta una leggenda dai contorni vividi, una novella filata nei secoli dalla memoria dei padri, un rituale dalle radici profonde, l’impresa mitizzata di un popolo saldamente radicato alla sua terra. Le tonalità brillanti dell’acquamarina si fondono morbidamente con l’oro delle spiagge merlettate dagli scogli che il vento ha saputo ricamare con dovizia. Il profumo salmastro della costa si aromatizza nel punto in cui le pinete si infittiscono, ospitano ottocentesche residenze di villeggiatura e segnano quasi un confine invisibile con la fascia collinare che appare come l’abito multicolore di un giullare. Fra passione e necessità il lavoro costante dell’uomo ha saputo trarre il meglio da una terra già piuttosto fertile e prodotti come le pesche della Valdaso sono sinonimi di eccellenza nella produzione frutticola della Regione Marche. Percorrendo le strade curvilinee che abbracciano le morbide colline fermane, si scorgono antiche colombaie, affascinanti mulini fortificati e gli odori sinceri di un territorio che non si è ancora sottomesso al tempo si incontrano e si fondono per rievocare antiche suggestioni. Nei comuni che campeggiano come solenni corone di bronzo in cima a colline con capelli di rovere, frassino e carpino nero, il tempo è alleato dell’uomo e la terra sua fedele maestra di vita. Sono ancora loro che scandiscono placidamente le giornate, in cui il duro lavoro nei campi è addolcito dal fruscio dei fulgidi fasci di grano, dal canto delle fronde percosse dal vento o da una fetta di caciotta fermana imperlata di miele e innaffiata con il Falerio dal tipico profumo di pomacee verdi e fiori pallidi. Spostandosi verso l’interno il paesaggio muta, diventa più spigoloso e le leggende sembrano guidare ogni passo verso il mistero e l’incanto. Insieme al vento sembra di avvertire la voce suadente della Sibilla, le inquietanti invocazioni dei negromanti, l’urlo di Pilato mentre cade in un burrone spinto da bufale deliranti o la voce cadenzata di Leopardi, mentre celebra quei Monti Azzurri. Le terre che hanno ispirato i Fioretti di San Francesco sono disseminate di pievi, conventi e chiese abbaziali che in perfetta comunione con la natura sembrano interpretare la fuga mundi intrapresa dai benedettini, vivificare gli ideali di povertà, umiltà e carità professati dai francescani e con il loro ingente patrimonio artistico paiono incarnare quei centri di diffusione culturale auspicati da sant’Agostino. Come una ballata popolare è disseminata di decorazioni melodiche, i paesaggi policromi del Fermano sono cosparsi armoniosamente da suggestivi centri abitati. Molti devono le loro origini ai Sabini che proclamavano periodicamente il Ver sacrum affinché le più devastanti sventure non colpissero i loro possedimenti. In tale occasione i bambini nati durante la primavera successiva, al compiere dei vent’anni non venivano immolati a una divinità, ma erano costretti dagli anziani a lasciare la propria comunità per cercare nuove terre da conquistare. Secondo la leggenda tale viaggio avveniva con il favore di un animale totemico che li guidava verso la meta. Nel caso dei Piceni fu probabilmente un picchio a condurli in un territorio piuttosto esteso che comprendeva la zona fra Ancona e Atri. Vi furono sei diverse fasi d’insediamento fra il IX e il III secolo a.C., poi il territorio fu conquistato dai Romani che trasformarono i centri piceni in efficienti colonie. Fra i resti di quel passato prospero che ha segnato profondamente la cultura e l’identità della popolazione fermana, si ergono borghi che hanno conservato il loro solenne aspetto medievale e come cavalieri con indosso la loro migliore armatura, sfoggiano un massiccio apparato difensivo e sembrano pronti a un’offensiva imminente. Fra i nuclei abitati svettano come i giganti di certi racconti popolari, alte torri impiegate per controllare e tutelare lo spazio circostante. Tuttavia, sostando all’ombra di queste imponenti strutture è ancora comprensibile il loro scopo primario. Le torri che fungevano anche da robuste abitazioni dovevano simboleggiare il prestigio socio-economico delle famiglie che le dimorava, le quali volevano innalzarle quanto più possibile per esibire il proprio potere sia a chi doveva spingere il naso verso il cielo per scorgere la cima, sia a chi si trovava fuori città e le vedeva svettare al di sopra dei tetti. Oltre ai lineamenti marcatamente medievali, risultano stupefacenti i segni lasciati dal felice incontro di due diverse entità culturali come Fermo, la città dell’Aquila, e Venezia, la repubblica del Leone. L’incremento di relazioni mercantili a partire dal 1260 favorì anche l’incontro del patrimonio storico-artistico della Serenissima con quello del Fermano. A Venezia sia la pittura che l’architettura erano molto legate ai canoni bizantini e tardo-gotici, ma il parziale superamento di quei modelli avvenne intorno al XV secolo, periodo a cui appartengono sorprendenti testimonianze di ricerca stilistica, volta a cogliere le novità rinascimentali senza tralasciare citazioni tardogotiche. Il Fermano non poté esimersi dall’influenza veneziana che è ravvisabile in diversi palazzi e chiese, nonché in opere commissionate a eccellenti artisti di scuola veneziana come Jacobello del Fiore, Carlo e Vittore Crivelli, Marco di Paolo Veneziano e Pietro Antonio Solari. Non di rado accanto a eleganti edifici gotici sussistono esempi architettonici che ben testimoniano il Neoclassicismo e il suo costante ricorso all’essenzialismo, alla semplificazione geometrica e a una severa solennità espressiva che si serviva soltanto di un decoro misurato e privo di eccessi. I maggiori esponenti di questo movimento teso a esaltare il “bello ideale” furono nel Fermano architetti come Cosimo Morelli, Ireneo Aleandri e Giuseppe Valadier che tradussero l’esaltazione della razionalità estetica, l’elogio dell’equilibrio, la celebrazione “della nobile semplicità e della quiete grandezza” in una frattura con l’illusionismo, l’estrosità e lo sfarzo tipici del Barocco. Il Fermano oltre a essere pregevole custode di quelle che Leon Battista Alberti considerò arti maggiori - la pittura, la scultura e l’architettura - è anche rinomato patrocinatore della musica che Torquato Tasso considerò  “una delle vie per le quali l’anima ritorna al cielo”. Difatti ha sempre dimostrato un certo interesse nei confronti del teatro e della musica, tantoché studiando la storia dei vari centri urbani appare subito evidente la sua costante capacità di rispondere ai gusti di un pubblico critico e l’abilità nel ridefinire regolarmente gli ambienti adibiti allo spettacolo e all’esecuzione musicale.  Proprio per la sua lunga tradizione, il Fermano è costellato di teatri che per la loro storia, l’architettura, i preziosi apparati scenografici e le raffinate decorazioni pittoriche e plastiche, meritano di essere scoperti in tutto il loro splendore. Entrare in un teatro e indagare il suo passato è un modo per riflettere sulla sua natura etnoantropologica e sul fatto che sia stato luogo di finzione, spettacolarità, messa in scena ma anche fedele testimone del trascorrere del tempo, dell’evoluzione del pensiero e dell’ingegno umano. Il Fermano ha sempre manifestato interesse nei confronti dell’arte e di tutte le sue massime espressioni, ma nel tempo ha dimostrato di essere aperto anche alla ricerca e alla sperimentazione scientifica con lo scopo di avviare un processo di costante crescita cognitiva riservata non solo ai dotti, ma all’intera comunità. Di fatto, il materiale raccolto ed elaborato durante ricerche ed esplorazioni veniva divulgato mediante volumi qualificati, l’esposizione in musei o attraverso istituti scolastici che non soltanto miravano alla formazione degli allievi, ma anche alla promozione di ricerche scientifiche.