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IL NEOCLASSICISMO NEL FERMANO


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Intorno agli anni Cinquanta del XVIII secolo, mentre l’Illuminismo raggiungeva la sua acme, cominciò a insinuarsi in tutto il territorio europeo un rifiuto nei confronti del Barocco che raggiunse la sua forma più esasperata con le estreme e sontuose frivolezze del Rocaille. Ad accentuare quella sorta di insofferenza furono le frequenti scoperte di reperti archeologici appartenenti all’età classica o alla prima età imperiale, il crescente lavoro di catalogazione dei resti riportati alla luce, il conseguente desiderio di visitare luoghi di scavo, intraprendere i noti grand tour e godere dei paesaggi disseminati di antiche vestigia romane. Ognuna di quelle attività esaltava in maniera del tutto consapevole la sobrietà dell’arte antica che spinse Johann Joachim Winckelmann, uno dei più illustri teorici del Neoclassicismo, a sollecitare i pittori a “intingere il loro pennello nell’intelletto” perché considerava l’umiltà e la semplicità “le due vere sorgenti della bellezza”. In arte l’esaltazione della razionalità estetica e della purezza stilistica si tradusse in una frattura con l’illusionismo, la bizzarria e lo sfarzo tipici del Barocco con l’elogio invece dell’equilibrio, “della nobile semplicità e della quiete grandezza” proprie dell’antichità classica. Ambiziosa e sublime era la ricerca di un codice puro e universale da applicare alle arti per eguagliarle alla natura. Questi stessi principi che in Italia trovarono riscontro nella scultura grazie a maestri come Antonio Canova e in architettura con personaggi come Giovanni Battista Piranesi, influirono anche sulla progettazione delle opere realizzate intorno al XVIII secolo nel territorio Fermano. Passeggiando fra le vie di Comuni come, Porto San Giorgio, Sant’Elpidio a Mare e Monte San Pietrangeli sono diversi gli esempi architettonici che ben testimoniano il Neoclassicismo e il suo costante ricorso al solido essenzialismo, alla semplificazione geometrica e a una severa solennità espressiva che si serviva soltanto di un decoro misurato e privo di eccessi. Nel Fermano i maggiori esponenti di questo movimento teso a esaltare il “bello ideale” furono architetti come Cosimo Morelli, Ireneo Aleandri e Giuseppe Valadier che, allontanandosi dalla figura dell’artigiano pronto a soddisfare le frivolezze del committente, spesso si prodigarono nella progettazione di opere pubbliche come teatri, cattedrali o edifici di rappresentanza.