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LE RADICI PICENE E ROMANE DEL TERRITORIO


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LE RADICI PICENE E ROMANE DEL TERRITORIO


I Sabini proclamavano periodicamente la Primavera sacra (Ver sacrum) affinché le più devastanti sventure non colpissero i loro possedimenti che rappresentavano gli unici mezzi di sostentamento. In tale occasione i bambini nati durante la primavera successiva, al compiere dei vent’anni non venivano immolati a una divinità, ma erano costretti dagli anziani a lasciare la propria comunità per cercare nuove terre da conquistare. Secondo la leggenda tale viaggio avveniva con il favore di un animale totemico che guidava i giovani designati verso la meta destinata. Nel caso dei Piceni fu un picchio (picus) a condurli in un territorio piuttosto esteso che comprendeva la zona fra Ancona e Atri. A fornire informazioni concrete sui Piceni, Picenti o Picentini furono personaggi autorevoli come Polibio nell’opera Storie, Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, Strabone nella Geografia e tanti altri quali Appiano, Marco Verrio Flacco e Isidoro di Siviglia. I resti archeologici provenienti dalle necropoli picene, invece, suggeriscono quali fossero i centri principali di questa popolazione dell’Età del Ferro e oltre ad Atri, Ancona, Ascoli Piceno e Pesaro, sono risultati essere importanti insediamenti anche Fermo, Amandola, Falerone, Grottazzolina, Belmonte Piceno, Cupra Marittima e Porto S. Elpidio. Nonostante i Piceni si siano rivelati aperti alla cultura altrui, lo sviluppo urbano fu molto lento. La studiosa Delia Lollini dopo aver analizzato i vari reperti archeologici legati alla loro civiltà, ha definito sei diverse fasi di insediamento comprese fra il IX e il III secolo a.C., quando il territorio fu conquistato dai Romani. Plinio, attraverso la Naturalis Historia (3. 18. 110-112), diffuse la notizia che furono circa 360.000 i Piceni che si arresero, ma probabilmente il numero non coincideva con la realtà dei fatti. Era piuttosto una cifra che serviva per indicare l’alta densità demografica di quelle zone e valorizzare conseguentemente la vittoria dei romani. Una parte della popolazione picena, risparmiata dalla schiavitù, venne confinata nei pressi del lago Fucino e del Golfo di Salerno con l’intento di scongiurare nuove ed eventuali rivolte, mentre un’altra compagine fu inserita nel demanio dello stato romano. Nel 264 a.C. Firmum Picenum che aveva inglobato la cultura picena in quella villanoviana, divenne una colonia di diritto latino. Fermo era considerata una pedina determinante per la romanizzazione del Piceno non solo perché aveva dimostrato un’incorruttibile fedeltà (Nello stemma campeggia il motto: Firmum Firma Fides Romanorum Colonia), ma soprattutto per la sua strategica posizione geografica. Infatti, oltre a essere ubicata a metà strada fra le indipendenti Ancona e Ascoli, dall’alto del Monte Sabulo dominava la zona circostante e trovandosi vicino al mare era dotata di un porto provvisto di un buon numero di navi. Col tempo il suo ruolo politico-sociale maturò al punto tale che nel 90 a.C. Firmum fu elevata a rango di municipium. Tuttavia la crisi che scosse lo stato romano durante il I secolo a.C., raggiunse l’apice con le guerre dell’età triumvirale che sconvolsero l’intero ager fermano. La popolazione, infatti, uscì dal lungo periodo di lotte civili ripiegata su se stessa, in quanto molte zone avevano subito smodati saccheggi, un gran numero di giovani era stato reclutato e falcidiato, le terre lavorate fino a quel momento erano rimaste incolte e i contributi imposti per portare avanti le guerre si erano dimostrati così onerosi da indebolire enormemente l’economia. Il periodo seguente fu altrettanto difficile da sopportare. Cesare Augusto si vide costretto a elargire circa ventotto coloniae celeberrimae a centomila veterani che pretendevano una collocazione degna del servizio reso fino a quel momento e Fermo, come tutte le altre nuove colonie, dovette subire i loro soprusi. Gli anni che seguirono non ci hanno restituito molte fonti e lo scarseggiare di documenti epigrafici ha fatto credere agli studiosi che si trattò di un periodo piuttosto critico destinato a prolungarsi fino al II-III secolo. Prima dell’avvento delle popolazioni barbariche e il tramonto dell’Impero Romano d’Occidente, il territorio Piceno fu provincializzato e amministrato da un governatore che deteneva funzioni politiche, economiche e giudiziarie. Gli ultimi documenti recuperati fanno sapere che fra la fine del IV e l’inizio del V secolo la provincia prese il nome di Picenum suburbicarium. I centri urbani del Fermano che affondano le loro radici in un territorio fertile come quello piceno e romano, sono ricchi di antiche testimonianze del passato che riaffiorano attraverso proficui scavi archeologici o addirittura sono rimaste in piedi attraverso secoli, guerre, carestie e mostrano fiere il loro antico splendore.

Con il trascorrere del tempo, l’attenzione nei confronti dei beni archeologici si è accentuata, tant’è che le istituzioni competenti hanno cominciato a promuovere iniziative solide e concrete per attuare progetti finalizzati alla loro conservazione, valorizzazione e fruizione. L’interesse nei confronti dell’archeologia, difatti, è tornato in auge dopo circa cinquecento anni e nelle Marche si è soffermato principalmente sulla civiltà picena e l’età romana. A testimoniarlo un numero imprecisato di pubblicazioni, nuove campagne di scavo e una cifra crescente di parchi archeologici, depositi comunali e musei civici o statali. D’altra parte, la popolazione ha dimostrato un vivo interesse nei confronti del passato e di tutti quei beni che lo testimoniano. Visitarli, significa materializzare un tempo lontano, ricostruire fedelmente attraverso fonti così preziose le sue tradizioni, il sistema politico, le strategie economiche, le paure ancestrali e il conforto della religione. Ammirare i resti del passato significa leggere con occhi più consapevoli la propria identità culturale e linguistica.