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VIVERE DA SIGNORI


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Dal Medioevo all’Ottocento le famiglie più illustri del territorio Fermano hanno lasciato traccia del loro potere e della loro influenza politico-sociale attraverso edifici residenziali fatti erigere secondo il gusto e le esigenze del tempo. Fermo, sin dall’antichità, grazie alla sua favorevole posizione geografica rispondeva a precisi requisiti strategico-militari e nel tempo questa prerogativa gli ha permesso di rivestire un ruolo politico di primaria importanza. La sua egemonia territoriale, difatti, è stata sfruttata in ogni fase storica e in modo particolare durante il Medioevo, quando era capitale della Marka Firmana e aveva sotto la propria giurisdizione prima centoquaranta, poi con l’acquisita autonomia di Ascoli, Camerino e Macerata, circa ottanta Castelli. L’incastellamento era un “fenomeno globalizzante” strettamente legato a una grave lacuna amministrativa che nel X secolo spinse la popolazione sparsa per vicos (villaggi) a raccogliersi in castra/castella, strutture civili fortificate che proteggevano da scorrerie e assedi militari chi non era in grado di tutelarsi autonomamente. Il castello/villaggio nell’XI secolo divenne scenario di quell’organizzazione politica e giuridica di autogoverno che prese il nome di Comune e diede al Fermano quella configurazione territoriale tuttora conservata. I castelli e la fitta rete di castra che primariamente dovevano fungere da efficienti strumenti di difesa, tra il XII-XIII secolo vennero concepiti come luoghi di abitazione dei signori e soprattutto imponenti materializzazioni del loro potere. Fra castra e roche, oggi sono approssimativamente cinquantacinque i Castelli del Fermano che è possibile ammirare ed essi offrono al visitatore un’idea piuttosto chiara dell’autorità detenuta da Fermo durante il periodo medioevale. Sono disseminati in un territorio che si estende dai Monti Sibillini alle coste dell’Adriatico e dalla bassa Valle del Chienti al Tesino. I Castella si presentano come accoglienti cittadine che molto spesso hanno conservato il nome e la struttura urbanistica dell’epoca; non di rado si sono ampliate ricoprendo nuove porzioni di terreno, pur permettendo ancora oggi di leggere la loro conformazione medievale. Inoltre, passeggiando lungo il corso principale di un Castello, in prossimità della piazza maggiore o rasente la cinta muraria sono ancora visibili i palazzi delle famiglie più autorevoli risalenti al basso Medioevo, che si sono sviluppati in lunghezza piuttosto che in profondità e mostrano un numero di piani superiore rispetto alle altre abitazioni. L’imponenza delle facciate, la sobria eleganza dei portali decorati insieme alla presenza di giardini ed eleganti logge ben rappresentano il prestigio di chi le occupava.

Tra il XV e il XVI secolo si risvegliò l’interesse nei confronti dell’agricoltura e come naturale conseguenza, si tornò a costruire in compagna. In un primo momento vennero edificate delle case-torri chiamate volgarmente “colombaie” o “palombare” che oltre a essere un ricovero per i coltivatori e gli animali, fungevano da strumento di difesa del territorio circostante. Il proliferare di un complessivo stato di insicurezza spinse la popolazione a fortificare anche i mulini disseminati per le campagne, i quali rappresentavano una fonte di farina irrinunciabile per l’intera comunità. Tali strutture sono ancora visibili e si ergono massicce lungo il fiume Tenna, in prossimità di Amandola e Montefortino. La borghesia terriera, d’altro canto, investiva le proprie rendite in opere urbane quali teatri, palazzi di impronta vanvitelliana, chiese impreziosite da dipinti e sculture di ottima fattura, ma anche in case di villeggiatura nelle vicine zone rurali. In un primo momento queste dimore gentilizie non solo fungevano da efficiente strumento di controllo delle attività produttive, ma costituivano anche un luogo ideale in cui rifugiarsi per riaversi dagli affanni della vita urbana. Nel XVIII secolo, invece, con l’affermarsi della loro posizione socio-economica, i borghesi presero a commissionare sontuose ville ed elaborati giardini con l’intento di competere con il decadente ceto aristocratico. Percorrendo le zone suburbane del Fermano si incontrano diverse case di villeggiatura che, site su dolci colline, si intravedono a stento fra i muraglioni e i robusti alberi che le cingono. Spesso lunghi viali verdeggianti valorizzano scenograficamente gli edifici, interdetti al pubblico da imponenti cancellate. Le ville solitamente si trovano in posizione centrale rispetto ad altri corpi edilizi che in origine potevano fungere da magazzini, rimesse attrezzi o alloggi della servitù. Di notevole interesse sono i giardini tempestati di buganvillea, palme, rose, cespugli da cui spuntano statue e fontane zampillanti, fazzoletti di terreno con piante di arance e limoni, ma anche ninfei, uccelliere, bersò merlettati da piante rampicanti e piccole cappelle affrescate.

Spingendosi verso la fascia costiera è possibile ammirare i villini di fine Ottocento che trapuntano il litorale ornato con palme e oleandri. Proprio fra la fine del XIX e l’inizio del secolo successivo vi fu infatti un trasferimento di massa dalla zona collinare alla pianura, la quale subì un notevole incremento edilizio destinato ad accrescere con la costruzione della ferrovia. Dunque, prese piede il turismo balneare che portò con sé i dettami di quel movimento artistico in Italia denominato Liberty. I villini si moltiplicarono e acquisirono sembianze molto diverse rispetto alle residenze di villeggiatura del passato. Spesso si trattava di edifici unifamiliari che tendevano a svilupparsi in altezza e tale verticalizzazione era spesso legata alla presenza di un nuovo elemento architettonico: l’altana. Di frequente le pareti esterne del complesso presentavano ornamenti di gusto Liberty con linee fluide e sinuose che richiamavano entità naturali quali foglie o conchiglie che non di rado erano frutto di idee originali di artisti locali come il maestro Adolfo De Carolis (Montefiore dell’Aso, 1874 - Roma, 1928).