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Fermo, chiesa di San Domenico


L'esterno



Il portale



Veduta dell' interno



L'organo

In Largo Maranesi si erge la chiesa concattedrale di San Domenico, edificata fra il 1233 e 1491 in un’area originariamente occupata dalla chiesa di San Tommaso di Canterbury. Sulla base di una lapide collocata all’interno dell’edificio sacro e di un compendio redatto dall’avvocato Giuseppe Fracassetti nel 1841, il terreno fu ceduto da Giovanni Albertone di Paccarone ai P.P. Predicatori in seguito al passaggio di san Domenico di Guzman nella città di Fermo. La chiesa che subì innumerevoli interventi fra il XVIII e XIX secolo, attualmente presenta una facciata a capanna corredata da un sobrio rosone e un portale del 1455 a tutto sesto, sormontato da una cuspide che include una nicchia con la statua di san Domenico. Sulla destra, invece, è collocato il grazioso portico minore dell’oratorio dedicato alla Madonna del Rosario, coronato da vezzosi archetti trilobati. Particolarmente interessanti sono l’imponente torre campanaria, restaurata nel 1733 e scandita armoniosamente da semplici monofore ogivali e l’abside semicircolare, la quale invece è ritmata da paraste aggettanti che si raccordano in alto mediante archi a tutto sesto. Varcata la soglia principale, una luce opalina inonda l’interno della chiesa contraddistinta da un’unica navata voltata a botte che fu modificata intorno al XVIII secolo secondo gli estrosi canoni del barocco e poi nei due anni racchiusi fra il 1846 e il 1848 su progetto dell’architetto Luigi Fontana. Superato l’ingresso, è possibile osservare un pluteo pre-romanico, ossia una lastra in pietra decorata a rilievo che un tempo era parte integrante di una balaustra. Meritano attenzione anche la lastra tombale del fermano Giovanni Bertacchini con indosso i tipici indumenti di un avvocato concistoriale e la campana risalente al 1925, fabbricata per omaggiare il venticinquesimo anno dalla canonizzazione di san Domenico. Camminando lungo la grande navata, si incontrano la cappella del Sacramento che un tempo ospitava l’Ultima cena del maestro Nicola Monti, una nicchia con una quattrocentesca Pietà in terracotta policroma di manifattura nordica e una schiera di altari corredati da dipinti che riescono a catturare l’attenzione per l’accurata raffinatezza narrativa. Incedendo, tuttavia, l’abside centrale sembra cantare a sé con la sua bellezza composita e predisposta a stupire. Nel presbiterio infatti è collocato l’altare maggiore, consacrato nel 1422 e ancora oggi capace di sorprendere per la pregevole fattura delle decorazioni. La lastra monolitica di travertino è sorretta da tredici colonnine decorate con motivi tortili e a spina pesce che formano minuti archi trilobi. Il retrostante coro ligneo, intagliato nel 1448 da Giovanni da Montelparo, presenta nello scranno centrale un cane con una torcia in bocca che per una certa consonanza con l’appellativo dell’ordine, Domini canis, era divenuto un tipico attributo di san Domenico. L’organo che campeggia dall’alto del presbiterio fa mostra delle fastose decorazioni in legno che furono intagliate secondo un gusto propriamente barocco nel 1695 e ricoperte con un sottile strato d’oro soltanto ventisette anni dopo. Lo strumento invece fu costruito nel 1803 dall’organaro veneto Gaetano Antonio Callido.