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Fermo, Biblioteca civica "Romolo Spezioli",

Sala del Mappamondo


Sala del Mappamondo



Sala del Mappamondo

In piazza del Popolo si erge il Palazzo degli Studi, progettato intorno al XVI secolo dall’architetto Girolamo Rainaldi che aveva pensato a un prospetto sobrio, ma particolarmente significativo. Difatti, al di sopra del centrale sottopasso con portale aggettante campeggia un tabernacolo che custodisce la statua dell’altissima patrona della città di Fermo, Santa Maria Assunta, scolpita dal maestro Paolo da Venezia. Sulle quattro finestre del primo piano, invece, torreggiano quattro busti realizzati nel 1587 da Giovanni Antonio Procacchi che ritraggono Bonifacio IX, Eugenio IV, Callisto III e Sisto V, rispettivamente l’istitutor, il benefactor, il confirmator e il restitutor dell’Università di Fermo. La biblioteca, istituita nel 1688 grazie a un importante lascito del nobile fermano Paolo Ruffo e a un considerevole contributo finanziario del cardinale Decio Azzolino, fu originariamente impiantata presso la Sala del Mappamondo a Palazzo dei Priori. Tale denominazione le fu attribuita nel XVIII secolo per la presenza di un grande globo lavorato completamente a penna dal cosmografo della regina Cristina di Svezia, Amanzio Moroncelli. Il silenzio reverenziale che avvolge la sala contribuisce a esaltare il fascino sobrio ma distinto dell’ambiente che conserva, simile a uno scrigno finemente intarsiato, concetti sublimi, riflessioni profonde, idee di uomini eccelsi che decisero di affidare la propria identità alla carta. Allora lo sguardo scivola inevitabilmente in alto, verso il soffitto a cassettoni intagliato finemente nel 1688 e poi lungo gli scaffali in noce, ripartiti da un raffinato ballatoio, i quali custodiscono saggiamente quei pensieri che hanno contribuito alla crescita culturale del Paese. La biblioteca, attualmente dislocata quasi interamente presso Palazzo degli Studi, conserva oltre 300.000 volumi, molti dei quali donati nel 1723 da Romolo Spezioli, medico personale della regina Cristina di Svezia. Tanti altri pervennero nel 1810, quando le Marche passarono dal governo papalino a quello laico del Regno Italico e venne deliberata la soppressione di tutte le congregazioni religiose. I volumi di loro proprietà furono ceduti alla biblioteca che oggi li salvaguardia insieme ai 10.000 testi di archeologia dei fratelli Gaetano e Raffaele De Minicis, acquisiti nel 1872 dal sindaco della città. Fra i volumi più pregiati dell’intera collezione, è indispensabile citare il Libro delle Ore appartenuto a Cristina di Svezia, un manoscritto corredato da varie illustrazioni sulla Vita dei dodici Cesari di Svetonio, un libro risalente al 1473 con le opere di Aristotele commentate da Averroè, un Herbarium dei primi anni del XV secolo, ma anche un’epistola de su gran descubrimiento di Cristoforo Colombo datata 1493, un taccuino con vari schizzi attribuito a Cola dell’Amatrice e oltre 1.000 disegni di Fortunato Duranti.