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Fermo, Palazzo Vitali


L'esterno

Al numero 85 di corso Cefalonia si eleva Palazzo Vitali, concepito nel 1532 circa dall’esimio architetto Antonio Cordino, conosciuto come Antonio da Sangallo il Giovane, sulla base di alcuni edifici già esistenti che ovviamente influenzarono la progettazione. La residenza, voluta da Girolamo Rosati, accolse l’Accademia degli Sciolti a partire dal 1550, di cui facevano parte letterati eminenti come Torquato Tasso che in una lettera del 1583 ribadì la sua adesione con il nome accademico “lo scatenato”. Nel XVII secolo il palazzo divenne la sede della nascente Accademia dei Ravvivati che raggruppava come la precedente istituzione gli intellettuali più raffinati di quel rigoglioso periodo di fioritura culturale.

L’edificio è il risultato di un fortuito incontro fra Antonio da Sangallo il Giovane e il rappresentante di una delle famiglie più illustri e influenti del Fermano. Nel 1532 l’architetto, natio di Civitanova Marche, si trovava a Fermo per verificare lo stato delle cortine murarie della città e della zona costiera che quasi sicuramente necessitavano di un consolidamento. Girolamo Rosati, membro del Consiglio di Cernita, si preoccupò di accompagnarlo durante i vari sopralluoghi e nell’occasione chiese all’architetto di disegnare un progetto per la sua abitazione. La residenza, sviluppata su due piani, è scandita da quattro paraste a bugnato rustico con capitelli tuscanici lungo il pianterreno che presenta un solenne portale d’ingresso al centro e due botteghe alle estremità. Il cortile, minuto e a pianta quadrata, è contraddistinto da due loggiati. Quello che raccorda l’ingresso con la corte è caratterizzato dalla presenza di due colonne rosate, dotate di capitelli corinzi che traggono il nome dalla città in cui sono state realizzate per la prima volta e provengono dal teatro romano eretto a Firmum sotto l’impero di Augusto. L’altro, invece, è dotato di una portafinestra che permette di guardare verso l’eterogeneo paesaggio fermano. L’interno fu decorato egregiamente dapprima nel 1912 e poi dopo la Grande Guerra dal pittore romano Giuseppe Carosi che ha intrecciato sapientemente alcuni episodi della storia fermana con raffinate figure allegoriche.