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Fermo, Cattedrale






Dopo una suggestiva salita che conduce al piazzale del Girfalco di Fermo, lo sguardo si posa inevitabilmente sulla solenne cattedrale dedicata all’Assunta. Innalzato in una zona considerata di immenso interesse archeologico per il rinvenimento di resti murari attribuibili all’età repubblicana e a una basilica paleocristiana del VI secolo, il duomo ha subito nel corso degli anni un numero considerevole di interventi. Demolita nonostante l’avversione della popolazione fermana intorno al 1781 per volontà dell’arcivescovo Andrea Minucci, la cattedrale fu ricostruita in circa otto anni su progetto di Cosimo Morelli. L’architetto prediletto da papa Clemente XIV e Pio VI la ridisegnò secondo un gusto propriamente neoclassico che esaltava gli ambienti ampi e solenni mediante linee semplici e prive di ogni estro barocco. Tuttavia è indispensabile ricordare che il duomo ha conservato il corpo inferiore della torre campanaria e la facciata gotica in pietra d’Istria disegnata dal maestro Giorgio da Como nel 1227. Visibilmente asimmetrica a causa del timpano decentrato, la cattedrale presenta uno stupefacente portale con arco a tutto sesto, sormontato da una cuspide attribuita a Nunzio Ucinelli che custodisce nella nicchia la statuina bronzea della Vergine Assunta in Cielo. Lungo i montanti si intrecciano racemi, pampini e tralci di vite che ricordano indubbiamente un passo del Vangelo di Giovanni in cui Cristo dice: “Io sono la vite vera e il padre mio l’agricoltore. (…) Io sono la vite e voi i tralci”. Un motivo molto simile si ripete lungo lo stipite di destra e sinistra, mentre al di sopra del portale campeggia il rosone realizzato dallo scultore fermano Giacomo Palmieri che presenta una ghiera fregiata da racemi e foglie traforate e dodici colonnine adornate con motivi tortili e a spina pesce. Sorpassato l’atrio in cui è custodito il trecentesco monumento funebre di Giovanni Visconti d’Oleggio, si accede all’interno del duomo e si ha subito l’impressione di poter adattare una frase pronunciata da Johann Joachim Winckelmann per descriverla con poche, ma efficaci parole. “Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie”, la chiesa cattedrale metropolitana “mostra sempre un’anima grande e posata”.