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Santa Vittoria in Matenano, Cappellone farfense






Le abbazie in genere godevano di una certa autonomia politica, economica e spirituale, subordinata alla Santa Sede e solo eccezionalmente all’Impero. Un’abbazia indipendente rispetto all’autorità papale, ma vincolata al laico potere imperiale fu quella di Farfa che può essere ritenuta una delle più prestigiose del periodo alto-medioevale. Tuttavia, con il decadere dell’Impero carolingio, le scorrerie dei saraceni lungo tutta l’Italia centro-meridionale si fecero più insistenti e nel 897 anche il monastero di Farfa, disposto in territorio sabino, subì la loro violenta foga. Mentre l’abbazia veniva depredata e messa a fuoco, la comunità si divise in tre gruppi. Uno di questi si spinse proprio verso l’Appennino marchigiano, dove su un colle detto Matenano l’abate Pietro decise di edificare un monastero fortificato che dal 934 iniziò a custodire le reliquie di santa Vittoria. L’abbazia, considerata da sempre un rilevante centro di trasmissione culturale, godette anche di un elevatissimo prestigio religioso ed economico, in quanto annoverava diversi possedimenti e un numero imprecisato di chiese che dipendevano da lei. Tuttavia nel 1771 fu demolita insieme al castello e al palazzo comunale a causa dei gravi danni determinati dai terremoti che segnarono il XVIII secolo, come ad esempio quello violentissimo verificatosi la sera del 14 gennaio del 1703, i cui effetti furono devastanti. Attualmente sul punto più elevato del colle Matenano si erge fra alti lecci secolari la chiesa della Resurrezione, nominata comunemente il “Cappellone”. Costituita da una neoclassica facciata a capanna, la struttura sacra chiamata Sepelitio de’morti fin dal XV secolo, deve il suo nome all’ossario disposto nel sotterraneo, dove erano custodite le spoglie di coloro che in vita avevano professano il loro credo verso Dio Padre Onnipotente, la resurrezione della carne e la vita eterna. Gli abitanti di Santa Vittoria, invece, continuano a chiamarla con l’altra denominazione perché ancora oggi conserva una porzione dell’antica chiesa monastica, modificata intorno al secolo XVII per introdurre il coro dei canonici, detto appunto il “Cappellone”.

Una particolare nota merita la trecentesca Cappella degli Innocenti che è disposta lungo il fianco sinistro della chiesa e fa mostra dei pregevoli affreschi attribuiti a fra’ Martino Angeli che ha saputo animare i personaggi con una lacerante espressività. Non solo è notoriamente l’unico elemento architettonico dell’antecedente chiesa monastica, ma la cappella è anche uno splendido esempio di arte pittorica germogliata proprio fra i fratelli del monastero farfense.