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I LUOGHI DEL SILENZIO
Amandola


Amandola, abbazia dei Santi Ruffino e Vitale


La facciata dell'abazia


L'interno

Lungo la strada provinciale Faleriense, a circa sette chilometri dal centro abitato di Amandola, si erge l’abbazia dei Santi Ruffino e Vitale che fu innalzata intorno alla seconda metà dell’XI secolo per volontà del vescovo di Fermo e dei signori feudali di Smerillo e Monte Pasillo. La presenza di un ipogeo, cui si può accedere mediante un’apertura nella cripta, ha lasciato presumere che la zona fosse interessata da un antecedente stanziamento, databile forse intorno al VI secolo. Si tratta di una grotta scavata nell’arenaria che presenta un affascinante ciclo pittorico tardo-imperiale, in cui i personaggi effigiati rammentano le figure musive presenti in alcune chiese di Tessalonica e Ravenna. Non è ancora stata precisata la sua destinazione originale, ma alcuni optano per un luogo di culto pagano, altri per un ambiente termale che impiegava le limitrofe acque sulfuree, altri ancora invece ritengono che fosse una camera sepolcrale paleocristiana. L’abbazia, edificata sul territorio interessato dall’ipogeo, presenta una facciata estremamente semplice, ornata soltanto dal portale incastonato fra due contrafforti che sfoggia un doppio archivolto. Mentre la corpulenta torre campanaria, eretta fra il 1504 e il 1517, è scandita da sobrie bifore, l’abside coronata da una duplice cornice a denti di sega, è ritmata armoniosamente da paraste e monofore. Varcando la soglia d’ingresso si accede a un ambiente coperto da capriate e suddiviso da tre navate, le cui pareti sono ornate da una serie di affreschi interamente databili intorno al XV secolo. Il presbiterio risulta elevato rispetto al resto del piano calpestabile a causa della cripta sottostante, cui si ha accesso mediante due scalinate collocate in fondo alle navate laterali. L’ambiente, suddiviso in cinque navate voltate a crociera, è pervaso da un silenzio mistico che induce a osservare con deferenza le pitture a secco che adornano le pareti e le reliquie di san Ruffino conservate sotto l’altare.


           

                                L'interno                                                                              L'esterno


              

                             Il campanile                                                                             L'abside


                              Gli affreschi


Amandola, chiesa di Santa Maria

della Misericordia a piè d’Agello


L'interno


Particolare dell'interno

Ai piedi del Colle Agello gli antichi binari della ferrovia che metteva in comunicazione Amandola con Porto San Giorgio corrono affascinanti lungo la valle in cui si leva la chiesa di Santa Maria della Misericordia, edificata nel 1402 per volontà dei priori di Amandola. Si tratta di un edificio costruito in breve tempo per invocare soccorso e misericordia alla Vergine Maria contro una calamità micidiale come la peste. La sua sopravvivenza fu determinata dai lasciti testamentari dei fedeli, sempre pronti a implorare la protezione e la compassione della gloria divina. Difatti la struttura ha subito nel tempo innumerevoli interventi, ma i più considerevoli furono quelli del 1437 che permisero la realizzazione del loggiato esterno per proteggere i pellegrini dalle intemperie, i lavori del 1617 che si occuparono dell’allungamento della navata e in particolar modo quelli del 1623 che comportarono la sopraelevazione dell’intero edificio e la copertura del tetto con una volta a botte. Tuttavia, gli affreschi subirono dei gravi danneggiamenti con i provvedimenti del XVII secolo e furono sottoposti a un importante intervento restaurativo soltanto nel 1973. La chiesa riuscì a combattere l’usura del tempo grazie anche alle offerte pecuniarie elargite dai fedeli come ex voto suscepto, spesso lasciate nelle buche per la raccolta della questua presenti lungo le pareti della struttura sacra. La chiesa di Santa Maria della Misericordia non solo riesce ad affascinare l’immaginario collettivo per la sua originaria destinazione, ma è in grado di sbalordire grazie anche ai cospicui cicli pittorici che adornano l’abside, le pareti delle navate laterali e quelle del porticato esterno. Mentre alcuni appaiono di difficile lettura, gli affreschi che decorano l’abside sono chiaramente indicativi del motivo che ha spinto la comunità a realizzare l’edificio sacro. La faccia principale presenta due distinti registri. Mentre in quello inferiore è raffigurato l’addormentamento della Vergine fra la misurata afflizione di un candido angelo e il manifesto dolore dei dodici discepoli, nel registro superiore è raffigurata l’Assunzione della Madonna nel Regno dei Cieli, seduta come un’infante sulle ginocchia del Figlio e ossequiata dalla musica celestiale di una gloria di angeli musicanti. Nel fianco sinistro, invece, è effigiata una maestosa Madonna della Misericordia che custodisce sotto la sua ala protettiva tutti i fedeli che si rivolgono con umiltà alla sua compassionevole bontà divina.


              

                  Veduta dell'interno                                                                          L'esterno


Amandola, santuario del Beato Antonio

(già chiesa di Sant’Agostino)


Il portale


La navata centrale

“All’immortale - Concittadino/Gloria di Amandola - eroe divino/Sciogliamo cantici - di fede e di amor:/Incensi e voti - diamo in suo onor./Salve, o Beato!”. Con queste strofe inizia l’inno dedicato al beato Antonio Migliorati, amato patrono di Amandola. La chiesa presenta una facciata neoclassica con un portale del 1468 che, come è iscritto nell’arco a tutto sesto inserito fra la doppia ghiera, è opera di Marino di Marco Cedrino. Il timpano in pietra arenaria fa mostra di due animali stanti alle basi, una serie di foglie avviticchiate simili a lingue di fuoco lungo le sime, la figura del Padre Onnipotente al vertice e il simbolo della sapienza in posizione centrale. I pilastri più esterni sono divisi in quattro riquadri che propongono elementi decorativi molto simili. Nel primo pannello di entrambi i piedritti è effigiato un putto che suona la tromba, mentre nel secondo a sinistra è raffigurata santa Monica e in quello a destra sant’Agostino. Nel terzo riquadro a sinistra è scolpito uno scudo in cui è inciso il nome del committente, al contrario in quello a destra è rappresentato uno stemma con una suola, un trincetto e una lesina che simboleggiano la corporazione dei calzolai cui apparteneva il richiedente. Nell’ultimo pannello di ambedue i pilastri è modellato un ornamento puramente rinascimentale. La torre campanaria, corredata da bifore ogivali e cuspide ottagonale, assimila  al primo piano l’abside che può essere considerata l’organismo più antico dell’edificio sacro. Varcata la soglia principale, si accede a un ampio ambiente costituito da una sola navata illuminata da una luce calda che si irradia dalle finestre del triburio ottagonale e adornata da una vetrata policroma ritraente il beato Antonio che fu incaricata all’esimio Istituto di Pittura di Monaco nel 1900. Nell’abside invece è collocata l’Esaltazione del Beato Antonio di Francesco Ferranti e quattro scene con i Miracoli del Beato Antonio di Orazio Orazi.


           

                   Veduta dall'esterno                                                                         La facciata

                              L'interno