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IL NEOCLASSICISMO NEL FERMANO


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IL NEOCLASSICISMO NEL FERMANO
Fermo


Fermo, Teatro dell'Aquila


Il Teatro visto dal palcoscenico



Veduta laterale dei palchetti



Il soffitto



         L'ingresso della platea

Il Cinquecento segnò l’esordio dell’attività teatrale a gestione condominiale e a Fermo i nobili cultori dei ludi scaenici presero a riunirsi nella cosiddetta sala delle Commedie, allestita presso l’attuale sala del Mappamondo a palazzo dei Priori. Nel 1698 il Consiglio di Cernita deliberò che quello spazio fosse destinato al patrimonio librario lasciato da Paolo Ruffo e la sala del Suffitto, adiacente alla sala dell’Aquila, venisse adibita agli spettacoli teatrali. Con il nome di Nuovo Teatro dell’Aquila, dunque, venne inaugurata la prima struttura teatrale fissa, destinata a chiudere in seguito a un incendio sviluppatosi nel 1774. Nel 1780 il Consiglio Comunale decretò il trasferimento del teatro in una zona più sicura, optando per un’area piuttosto ampia lungo la strada che tuttora conduce al Girifalco. Il progetto fu affidato dapprima a Pietro Agostoni, poi a uno degli architetti più produttivi dello Stato Pontificio, l’imolese Cosimo Morelli. L’inaugurazione avvenne nel 1791 e per l’occasione fu scelta un’opera di Giuseppe Giordani, detto “Il Giordaniello”, intitolata “La distruzione di Gerusalemme”. Fu un vero successo, l’unica pecca risultò essere il triplo arcoscenico, sostituito poco dopo con un’unica bocca scena progettata dall’architetto Giuseppe Lucarelli. In breve tempo il  teatro assunse un ruolo predominante non solo nella vita mondana dei ceti più elevati, ma anche in quella delle persone più umili. Difatti, grazie alla realizzazione della scala elicoidale con biglietteria autonoma per gli spettatori meno abbienti, a partire dal 1844 i loggioni presero a riempirsi a ogni spettacolo. Nel corso degli anni, tuttavia, il teatro subì innumerevoli ristrutturazioni, migliorie di natura tecnica o artistica e fu costretto a rimanere fermo per molto tempo. Difatti, l’ultima lunga opera di restauro risale al periodo racchiuso fra il 1986 e il 1997. Salendo verso la cattedrale della città e proseguendo lungo via Mazzini, si può ammirare la facciata nord del teatro. Attraversando l’ingresso principale, si accede a un lineare vestibolo, dove l’arco che immette all’elegante foyer è sovrastato da una magnificente aquila dorata. L’atrio che incanta per la sua elegante sobrietà, custodisce una lapide che rinnova la devozione dei cittadini di Fermo per Giacomo Puccini, “grande artefice delle armonie d’amore”. Il foyer d’ingresso, invece, ospita diversi medaglioni di gesso, ognuno raffigurante un illustre personaggio dell’ambiente musicale italiano e internazionale come Renato Bruson, Beniamino Gigli, Giacomo Lauri Volpi, Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco, Marietta Biancolini. Varcando la porta che immette nel teatro, si rimane ammaliati dalla grandiosità della sala che ben rappresenta uno dei principali centri di attività culturale delle Marche. Alzando lo sguardo verso il soffitto, è possibile ammirare il plafone affrescato a tempera da Luigi Cochetti intorno alla prima metà del XIX secolo. Al centro del soffitto risplende un lampadario di origine parigina, dotato di cinquantasei bracci in ferro e decorato con lignee foglie d’acanto. Abbassando lo sguardo e lasciando correre gli occhi lungo la pianta ellittica, è possibile ammirare quattro ordini e un loggione a cornice che ospitano centoventiquattro palchi. I parapetti, decorati con stucchi oro e bianchi sono stati realizzati da Vincenzo, Enrico e Riccardo Moranesi. Il sipario, pitturato da Luigi Cochetti nel XIX secolo, raffigura Armonia che consegna la cetra al Genio Fermano. Il golfo mistico può ospitare fino a trentuno orchestrali, mentre il teatro ha una capienza complessiva di oltre mille posti. Diversi sono gli eventi musico-culturali nati dalla secolare passione dei fermani per la musica e uno di questi è il Concorso violinistico internazionale “Andrea Postacchini”.



Fermo, Cattedrale






Dopo una suggestiva salita che conduce al piazzale del Girfalco di Fermo, lo sguardo si posa inevitabilmente sulla solenne cattedrale dedicata all’Assunta. Innalzato in una zona considerata di immenso interesse archeologico per il rinvenimento di resti murari attribuibili all’età repubblicana e a una basilica paleocristiana del VI secolo, il duomo ha subito nel corso degli anni un numero considerevole di interventi. Demolita nonostante l’avversione della popolazione fermana intorno al 1781 per volontà dell’arcivescovo Andrea Minucci, la cattedrale fu ricostruita in circa otto anni su progetto di Cosimo Morelli. L’architetto prediletto da papa Clemente XIV e Pio VI la ridisegnò secondo un gusto propriamente neoclassico che esaltava gli ambienti ampi e solenni mediante linee semplici e prive di ogni estro barocco. Tuttavia è indispensabile ricordare che il duomo ha conservato il corpo inferiore della torre campanaria e la facciata gotica in pietra d’Istria disegnata dal maestro Giorgio da Como nel 1227. Visibilmente asimmetrica a causa del timpano decentrato, la cattedrale presenta uno stupefacente portale con arco a tutto sesto, sormontato da una cuspide attribuita a Nunzio Ucinelli che custodisce nella nicchia la statuina bronzea della Vergine Assunta in Cielo. Lungo i montanti si intrecciano racemi, pampini e tralci di vite che ricordano indubbiamente un passo del Vangelo di Giovanni in cui Cristo dice: “Io sono la vite vera e il padre mio l’agricoltore. (…) Io sono la vite e voi i tralci”. Un motivo molto simile si ripete lungo lo stipite di destra e sinistra, mentre al di sopra del portale campeggia il rosone realizzato dallo scultore fermano Giacomo Palmieri che presenta una ghiera fregiata da racemi e foglie traforate e dodici colonnine adornate con motivi tortili e a spina pesce. Sorpassato l’atrio in cui è custodito il trecentesco monumento funebre di Giovanni Visconti d’Oleggio, si accede all’interno del duomo e si ha subito l’impressione di poter adattare una frase pronunciata da Johann Joachim Winckelmann per descriverla con poche, ma efficaci parole. “Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie”, la chiesa cattedrale metropolitana “mostra sempre un’anima grande e posata”.