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LE RADICI PICENE E ROMANE DEL TERRITORIO


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LE RADICI PICENE E ROMANE DEL TERRITORIO
Falerone


Falerone, Teatro romano


Le gradinate



Le gradinate


L'esterno


Il palcoscenico



Falerone sorge su un territorio collinare, ma abbraccia anche la pianura che si estende dolcemente vicino al fiume Tenna e prende il nome di Piane di Falerone. La sua posizione strategica, nonché la fecondità della terra che elargiva uve, cereali, ottime olive per la produzione di un squisito olio extravergine, lo ha reso invitante agli occhi dei romani che nel 269 a.C. tentarono di conquistarlo. I Piceni che abitavano quelle terre e non volevano perdere la loro indipendenza, combatterono con foga sia in quell’occasione che nel 90 a.C., durante la cosiddetta guerra sociale. Falerone si schierò con le truppe italiche guidate da Gaio Vidacilio, Publio Ventidio e Tito Lafrenio. Insieme la spuntarono e inflissero una dura sconfitta alle forze romane, capeggiate da Gneo Pompeo Strabone. Tuttavia, l’anno dopo non riuscirono a ottenere lo stesso felice risultato e nel 29 a.C. nacque la colonia di Falerio

Picenus, importante raccordo fra Firmum sita ad est, Urbs Salvia a nord e Asculum a sud. Ingenti sono i reperti relativi quel periodo storico che oggi arricchiscono l’Antiquarium della città, ma senz’altro il monumento che meglio si è conservato è il teatro iniziato in età augustea e ultimato sotto Tiberio. L’attività teatrale godeva di grossa considerazione e in genere aveva luogo nel corso di feste religiose oppure per celebrare dei successi militari e talvolta per rendere omaggio a personalità eminenti scomparse. Attorniato dalla pastorale campagna faleriense, il teatro lascia stupefatti per l’ampiezza della cavea che è in grado di contenere oltre 1600 spettatori. Rivestita con lastre di calcare, era scandita da quattro cunei, ognuno dei quali dotati di cinque scalinate e un diazoma che permetteva al pubblico di confluire e defluire agevolmente all’interno del teatro. La struttura originaria è facilmente distinguibile anche nella media e ima cavea, i primi due ordini di gradinate sopravvissuti allo scorrere indefesso del tempo, in cui sedevano i rappresentanti dei censi più elevati. Infatti, più si saliva verso l’alto e più i posti erano destinati alle categorie minoritarie costituite principalmente da donne e plebei. La summa cavea, ormai andata distrutta, era invece sostenuta da pilastri in laterizio corredati da semicolonne ionico-corinzie, di cui oggi purtroppo restano soltanto le basi. L’orchestra che in greco indica il luogo riservato alle danze, era lastricato con del calcare e separato dall’ambiente riservato agli spettatori mediante un parapetto in marmo, originariamente introdotto per dividere i gladiatori dal pubblico. Dell’edificio scenico si è conservata la facciata del proscenio, costituita da tre nicchie semicircolari che si alternano a quattro rettangolari, corredate da un paio di scalette che conducevano al palcoscenico lungo oltre trentatré metri e profondo poco meno di cinque.

            

  Veduta laterale delle gradinate                                Nicchie semicircolari d'ingresso al proscenio                  


Falerone, Museo Civico Antiquarium

“Pompilio Bonvicini”


Statua di Cerere acefala



Il museo


Mosaico raffigurante un uccello su un ramo di melograno




Manufatto


Le Piane di Falerone, abitate già dal VI secolo a.C. da una popolazione fiera come quella picena, nel 29 a.C. divennero colonia romana con il nome di Falerio Picenus per volontà dell’imperatore Augusto che pensò di elevarla a capoluogo della centuriazione della media Valtenna e allo stesso tempo considerò l’idea di consegnare le sue terre ai soldati veterani che avevano combattuto nella battaglia di Azio nel 31 a.C. La colonia comprendeva un’area ricca di potenzialità, in quanto il territorio era particolarmente fertile e soprattutto rappresentava un importante centro di snodo verso Firmum a est, Urbs Salvia a nord e Asculum a sud. Falerio godette di una considerevole posizione socio-politica fino alle invasioni barbariche, quando subì per mano dei Goti e poi dei Longobardi un rapido declino. Alcuni resti di quel periodo fulgido, in cui la prosperità economica andava di pari passo con lo sviluppo culturale, hanno rivisto la luce in occasione di diverse campagne di scavo che hanno interessato l’area in cui si estendeva la colonia. Attualmente parecchi reperti sono esposti nella sezione archeologica di musei autorevoli  come il Louvre di Parigi che conserva un Giove Egiaco e una Nike, i Musei Vaticani che custodiscono un pregevole pavimento musivo, il Museo Nazionale delle Marche che tutela un mosaico e Fermo che invece possiede una testa dell’imperatore Augusto e una stadera in bronzo. Nel 2003 è stato inaugurato il nuovo spazio espositivo del Museo Civico Antiquarium di Falerone che occupa le sale dell’ex convento dell’Ordine francescano, a ridosso della chiesa di San Fortunato. La visita che ha principalmente una funzione didattico-informativa, si snoda lungo un percorso espositivo che analizza le diverse fasi storiche del territorio faleronese mediante un allestimento diviso per sezioni tematiche e corredato di pannelli illustrativi che favoriscono una corretta fruizione da parte del visitatore. Oltre ai molteplici reperti d’epoca picena, il museo conserva svariate testimonianze dell’età romana, fra i tanti vanno segnalati un’erma acefala di Eracle, un possente torso maschile di scuola ellenistica, la statua di Cerere acefala risalente all’età antonina, una statua virile togata che colpisce per l’accurata resa del panneggio, il magnifico mosaico reperito durante gli scavi del 1777, fermamente voluti da papa Pio VI, che raffigura un uccello su un ramo di melograno. Mentre le suppellettili fanno parte della sezione “La città dei vivi”, le urne cinerarie, le steli sepolcrali e l’interessante ricostruzione di una tomba romana dotata di corredo, costituito da manufatti rinvenuti nelle necropoli di Falerio Picenus, riguardano “La città dei morti”.

                            Manufatto                                         Stele sepolcrale                                         Il museo