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LA SERENISSIMA E IL FERMANO


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LA SERENISSIMA E IL FERMANO
Fermo


Fermo, Pinacoteca civica - Vittore Crivelli, Crocefissione



Fra il fiume Aso e Menocchia si erge una collina incorniciata da alberi secolari, fra i quali spunta con fierezza Rocca Montevarmine. Accostata alla cortina nord del castello alto-medievale, una modesta chiesa dedicata a San Pietro custodiva uno stendardo processionale attribuito a Vittore Crivelli. Dopo una primo periodo di formazione a Venezia, in cui entrò a stretto contatto con Antonio Vivarini e Vincenzo Bellini, l’artista venetus si trasferì a Fermo intorno al 1480. Attualmente l’opera, datata 1484 ca., è conservata presso la Pinacoteca civica della città di Fermo, ma come attesta un inventario del 1772 la tela raffigurante il Santissimo Crocefisso era collocata dietro l’altare maggiore della piccola pieve dell’ospedale di Santa Maria della Carità di Rocca Montevarmine. Sotto un cielo denso e scuro si erge un massiccio muro listato da fregi ornamentali e coronato di merli a coda di rondine che abitualmente venivano associati alla fazione ghibellina. Un drappo rosso collocato dietro alla croce lignea sembra rimarcare, secondo la più tradizionale arte cristiana, il sangue sacrificale versato da Gesù Cristo. Ai suoi piedi invece sono raffigurati, secondo un’equilibrata composizione geometrica, la Vergine e Maria di Magdala a sinistra, mentre san Pietro e san Giovanni a destra. Il dolore dei quattro personaggi di fronte al supplizio patito dal Messia è sommesso, misurato, una sofferenza introspettiva che sembra voler spingere la mente dell’osservatore verso la gioia della Resurrezione. Tantoché l’orizzonte mostra un luminoso candore, il quale sembra dissipare l’oscurità della morte, assurda tragedia senza il conforto della rinascita. Secondo l’inventario del 1772 lo stendardo processionale era corredato da una sorta di predella in cui erano figurate le anime del territorio. Probabilmente la parte mancante è andata persa durante il lavoro di incorniciatura.


Fermo, Palazzo Fogliani








Nel quartiere Campolege di Fermo si erge Palazzo Fogliani che eccelle per la sua splendida facciata, in alto ritmata armonicamente da una bifora con tre lobi e due raffinate finestre trilobate inscritte in archi ogivali, a loro volta racchiusi entro cornici in laterizio minuziosamente intarsiate. Il gusto propriamente gotico richiama alla memoria i vivaci rapporti politico-commerciali intercorsi nel XV secolo fra Fermo, “la Città dell’Aquila”, e Venezia, “la Repubblica del Leone”. L’incremento di relazioni mercantili fra le due potenze favorì anche l’incontro del fulgido patrimonio storico-artistico della città lagunare con quello del Fermano. Il portale, propriamente rinascimentale, è invece adornato da fasci di bacche negli stipiti in cui campeggiano eleganti capitelli corinzieggianti e da un rigoglioso festone scandito da tre stemmi gentilizi nel fregio dell’architrave. Vicino all’angolo destro del palazzo è possibile osservare una formella che racchiude uno stemma araldico composto da sei rosette con cinque foglie, una manifesta allusione al nome dei Fogliani che vi dimorarono nella seconda metà del XV secolo. Anche Nicolò Machiavelli si occupò di quest’illustre famiglia fermana che fu ostinata interprete di intrighi e spietate manovre pur di raggiungere il potere. Molto nota è la storia che ha per protagonisti Giovanni Fogliani e suo nipote Oliverotto Eufreducci, illustre priore della Contrada Fiorenza che ambiva a diventare signore di Fermo. Il primo era imparentato con la famiglia dei Della Rovere che era nota antagonista dei Borgia, a cui invece Oliverotto si appoggiava per assicurarsi la sua ascesa politico-sociale. Quasi certamente i fatti che animarono la fredda notte dell’8 gennaio 1502, possono essere interpretati come un espediente empio ed efferato con cui Eufreducci tentò di assicurarsi ulteriormente il sostegno di Cesare Borgia. Durante un fastoso banchetto, organizzato presso il palazzo che attualmente ospita il Liceo Ginnasio “Annibal Caro”, Oliverotto mise in atto il suo spietato disegno. Secondo la tradizione sul portone del palazzo vennero appese le teste di Gennaro Fogliani e Raffaele Della Rovere che al momento dell’assassinio erano soltanto dei giovinetti.

              


Fermo, Portale dell’ex chiesa della Carità

poi Monte di Pietà




Lo spedale di Santa Maria della Carità fu edificato nei pressi della chiesa del Carmine intorno al 1341 con lo scopo di offrire accoglienza a forestieri, pellegrini e bambini abbandonati. Per un lungo periodo di tempo riuscì a garantire il proprio sostentamento grazie all’elemosina elargita dai fedeli, ma a partire dal 1417 lo spedale fu in grado di mantenersi soltanto per merito di una serie di rendite di cui iniziò a beneficiare. Intorno al 1522 tuttavia lo xenodochio venne sostituito da un Monte di Pietà, sorto su proposta del francescano Domenico da Leonessa per concedere piccoli prestiti in cambio di un pegno come garanzia e combattere allo stesso tempo il dilagare dell’usura. L’alternarsi di pietre diverse lungo il portale dell’edificio suggerisce un numero piuttosto elevato di interventi, ma gli studi condotti da Carlo Grigioni sembrano indirizzare verso un importante lavoro di abbellimento, condotto intorno agli anni Ottanta del XV secolo da parte un tagliapietre che apprese l’arte entro i territori della Serenissima Repubblica di Venezia. La ghiera ogivale è caratterizzata da turgide foglie gotiche che si avviticchiano simili a guizzanti lingue di fuoco fino al folto cespo, da cui spunta il busto dell’Onnipotente ritratto nell’atto di benedire. Entro l’arco, invece, è inserito un rilievo scultoreo che risalta rispetto al resto degli elementi ornamentali per la pietra bianca d’Istria da cui è stato ricavato. Su un fondo adornato di tendaggi si erge un’aggettante Madonna della Misericordia che protegge sotto il suo ampio manto un nutrito gruppo di fedeli.

Come fa notare anche Alessandro Marchi, la figura maestosa della Vergine con le vesti definite mediante un panneggio ampio e grossolano sembra essere una produzione antecedente rispetto al rigoglioso fogliame della ghiera ogivale. Tuttavia gli abiti tipicamente quattrocenteschi dei devoti inginocchiati, attestano la sua produzione in un arco temporale non affatto dissimile rispetto a quello dell’intero portale. Merita di essere nominata anche la bifora con archi trilobi rialzati all’apice, la quale ricorda il gotico fiammeggiante degli edifici che costeggiano il Canal Grande.


Fermo, Pinacoteca civica -

Marco Di Paolo Veneziano,

Incoronazione della Vergine e santi



Il polittico attribuito in epoca tarda a Marco Di Paolo Veneziano è attestato a partire dal 1772 in un archivio della chiesa di San Michele Arcangelo di Fermo, in cui è stato conservato fino alla recente acquisizione da parte della Pinacoteca civica. L’opera da cui traspare l’influenza subita dalla produzione di Lorenzo Veneziano, in origine doveva essere impreziosita da una sontuosa cornice gotica. Nella tavola centrale, su uno sfondo costituito principalmente da un drappo rosso vermiglio, stretto fra le mani di due angeli che costituiscono un gruppo di creature celesti, è raffigurata l’incoronazione della Vergine Maria per mano di Gesù Cristo. All’estrema sinistra è ritratto san Michele Arcangelo che indossa un lungo manto rubino sopra a una tipica armatura trecentesca. Dotato di lancia, trafigge il demonio raffigurato sotto le sembianza di un drago, mentre nella mano sinistra impugna la bilancia con cui misura il peso delle anime prima del Giudizio Universale. Al suo fianco si erge sant’Antonio Abate che con il tipico mantello scuro, stringe in una mano il bastone con estremità a forma di Tau e nell’altra una campanella che nella tradizione cristiana serviva per allontanare il maligno. Nella tavola accanto è raffigurato san Giacomo Maggiore con un cartiglio nella mano destra che allude alla sua vita da evangelizzatore e un bastone da pellegrino che invece ricorda i suoi viaggi lungo il territorio della Giudea, Samaria e Spagna. All’estrema destra è ritratto san Giovanni Battista con un rotolo dispiegato che simboleggia la Parola rivelata, mentre al suo fianco è effigiato un benedicente san Nicola di Bari, vestito con una lunga tunica vescovile. Accanto è ravvisabile santa Caterina d’Alessandria con la corona che le cinge il capo per ricordare le sue origini regali, una palma fra le dita serrate che rammenta il suo martirio e una ruota stretta nell’altra mano che allude alla tortura subita prima della decapitazione. Una peculiarità dei dipinti di origine medioevale è la presenza di aureole foggiate con un punzone artigianale che grazie a una martellata secca, ma attenta a non intaccare la foglia d’oro, lasciava impresso sulla superficie un motivo ornamentale. Secondo la tradizione ogni bottega aveva un disegno particolare che nel tempo diveniva quasi un simbolo di riconoscimento.


Fermo, Pinacoteca civica - Maestro d’Elsino,

Incoronazione della Vergine e santi



Secondo un inventario del 1729, il polittico attribuito al Maestro d’Elsino era originariamente collocato presso la chiesa di San Gregorio Magno di Fermo. In seguito fu quasi sicuramente dislocato nell’oratorio dei Filippini e soltanto intorno al 1889 depositato presso la Pinacoteca civica. Osservando l’opera è lampante la mancanza di una tavola all’estrema sinistra, ma è altrettanto chiara la lettura dell’intero polittico nonostante l’importante lacuna. Al centro della pala più grande è raffigurata l’Incoronazione della Vergine Maria per mano di Cristo, seduto onoratamente alla destra del Padre. L’Onnipotente, assiso su un trono cinto da una gloria di angeli musicanti, presenta una corporatura più alta e robusta rispetto agli altri due personaggi, per accentuare secondo un piramide gerarchica la sua massima essenza divina. In basso a sinistra, invece, è ravvisabile una minuta figura femminile, vestita con un abito color minio e il capo coperto da un velo bianco. Quasi sicuramente si tratta della committente, ma non è ancora chiaro se la donna fosse una religiosa appartenente a qualche ordine monacale o più semplicemente una persona molto devota. Nella tavola all’estrema sinistra, invece, è ritratto san Pietro che è riconoscibile per i capelli e la barba corti e il mazzo di chiavi che alludono al passo del Vangelo di Matteo, in cui Cristo gli dice: “Ti darò le chiavi del regno dei cieli”. Nella pala accanto è raffigurato san Giovanni Battista, abbigliato con un’umile veste e una dimessa pelliccia di cammello, mentre stringe un cartiglio dispiegato nella mano destra che simboleggia la tradizione dottrinaria cristiana. All’estrema destra rispetto alla pala centrale è rappresentato un uomo con sontuose vesti papali, la cui identità però non è ancora acclarata. Affianco è riprodotta l’immagine di san Paolo, mentre impugna la spada del martirio e un libro aperto che allude alle epistole scritte a partire dal 53 d.C. Accanto alla tavola con il martire di Tarso è effigiato san Cristoforo che aiuta un bambino ad attraversare un corso d’acqua pieno di pesci. L’immagine allude alla storia del santo cananeo che un tempo si chiamava Reprobo e traghettava da una sponda all’altra tutte le persone indigenti. Secondo la tradizione cristiana, quando gli si presentò un fanciullino bisognoso d’aiuto, l’uomo lo soccorse portandolo sulle sue spalle durante tutto il guado del fiume. Soltanto alla fine il bambino, divenuto pesante come un macigno, riferì di essere Gesù che portava su di sé il peso del mondo. Dopo la rivelazione il bastone di Reprobo germogliò miracolosamente e il nome fu sostituito con Cristoforo, portatore di Cristo.


Fermo, Pinacoteca civica - Jacobello del Fiore,

Storia della vita di santa Lucia



Le otto tavole che originariamente dovevano essere parte di un paliotto eseguito fra il 1410 e il 1412, sono state attribuite da Bernard Berenson a Jacobello del Fiore soltanto intorno al 1932. Le prime testimonianze relative l’opera risalgono invece al 1763, quando fu attestata in un inventario della chiesa di Santa Lucia di Fermo. Le tavole che raffigurano otto episodi della vita di santa Lucia hanno subito un restauro conservativo nel 1950 che ha permesso di godere della fulgida bellezza dei dipinti, pervasi da un gusto “gotico-cortese” che per alcuni aspetti ricorda l’orientale cultura bizantina. E’ indubbia tuttavia l’influenza subita da Jacobello per mezzo di Gentile da Fabriano. La prima tavola raffigura il momento in cui sant’Agata appare alla giovane Lucia per preannunciarle la guarigione della madre e profetizzarle il suo futuro patronato sulla città di Siracusa. Nella seconda, invece, Lucia è sulla soglia di un edificio alto, snello e cinto da alte mura merlate che lasciano intravedere le cime di alberi rigogliosi. La giovane è raffigurata nell’attimo in cui elargisce i suoi averi a malati e uomini indigenti perché, constatata la reale guarigione della madre Eutichia, ha deciso di rinunciare al matrimonio e alle ricchezze per consacrarsi a Cristo. Nella terza tavola è raccontato il momento in cui il fidanzato di Lucia, indispettito dalla sua decisione, l’accusa davanti al console Pascasio di aver abbracciato la religione cristiana, assolutamente non ammessa sotto l’impero di Diocleziano. Nelle prime tre tavole sono rappresentate strutture architettoniche goticheggianti che però vengono descritte in maniera approssimativa, quasi fossero semplicemente un complemento d’arredo o un semplice apparato scenico capace di far convergere tutta l’attenzione sugli avvenimenti raccontati con maestria da Jacobello. Le tavole seguenti sono ambientate in un luogo aperto, costituito unicamente da alcune rocce e un verdeggiante manto erboso che per minuzia di particolari ricorda quelli degli arazzi francesi tessuti secondo lo stile dei mille-fleurs. Nella quarta tavola è raffigurato un nutrito gruppo di uomini che insieme ad alcuni buoi tentano di spostare Lucia verso un lupanare che, in epoca romana, era un luogo addetto al venale piacere carnale. Secondo la tradizione nessuno di loro riuscì a smuoverla perché lo Spirito Santo l’aveva resa troppo pesante. Nella quinta tavola la giovane è sottoposta al martirio del fuoco, ma l’attenzione sembra cadere sul console Pascasio e l’uomo che gli è affianco. Il pittore di origini veneziane infatti ha riprodotto con dovizia di particolari le sontuose vesti dei due personaggi che possono essere considerati un vivido esempio di abbigliamento dei primi anni del XV secolo. Nella sesta tavola è raffigurato il momento in cui Lucia viene sottoposta all’ennesimo supplizio che consiste nel trafiggere la giovane con una spada aguzza alla gola. L’ultimo strazio, prima di morire, le viene inflitto da un uomo che sembra non poggiare i piedi sul manto erboso. Forse si tratta semplicemente di un espediente per attribuire maggiore violenza al gesto che condurrà la giovane alla morte sacrificale per la fede. La settima tavola presenta il momento in cui Lucia riceve la comunione sotto lo sguardo di un lontano Padre Eterno, pronto ad accoglierla nella sua Dimora Celeste. Particolare attenzione suscitano le due persone che assistono al sacramento dell’eucarestia dietro al sacerdote. Difatti uno rimane di spalle, con il volto accuratamente celato da un ampio cappuccio grigio, l’altro è stante, avvolto da un’elegante veste turchese bordata di rosso che osserva un punto indistinto con sguardo severo, algido. Nell’ultima tavoletta è ritratta la sepoltura della santa che avviene in presenza del vescovo che la benedice prima della deposizione. Dietro di lui si ergono due uomini che sembrano confabulare e non prestare attenzione al drammatico momento dell’inumazione. Mentre uno è identificabile con il console Pascasio, l’altro sembra essere l’individuo dall’aspetto austero presente nella tavola precedente. Una particolare attenzione meritano il quarto e quinto episodio, dietro ai quali sono raffigurati sant’Antonio Abate e santa Lucia che per la prima volta mostra gli occhi su un piatto dorato.


Fermo, Chiesa del Carmine -

Antonio Solario detto lo Zingaro,

Sacra Conversazione



La pala attribuita al veneto Antonio Solario intorno al 1907 dal critico Ettore Modigliani, è databile fra il 1500 e il 1502. Conservata presso la chiesa del Carmine di Fermo, la tavola è un mirabile esempio di opera pittorica di tradizione veneta. Indubbie sono le corrispondenze stilistiche con Giovanni Bellini e in particolar modo con la Pala di San Zaccaria, custodita nell’antica chiesa omonima a Venezia. Caratterizzate ambedue da una composizione perfettamente calibrata, le pale mostrano anche un impianto spaziale molto simile. Entrambe le scene di carattere religioso sono collocate in un ambiente absidato, al centro del quale pende una sobria lampada in stile veneziano. Su un trono rialzato sono assisi la Madonna e il Bambino, mentre i quattro santi sono ritratti in piedi sotto gli angoli della campata. Nella pala di Antonio Solario la Vergine stringe fra indice e pollice un filo a cui è legato un cardellino stretto fra le mani del piccolo Gesù. L’uccellino che si ciba di cardi, allude per assonanza con la corona di spine alla Passione di Cristo. Alla sinistra del trono sono raffigurati santa Caterina d’Alessandria e il frate carmelitano Alberto, a destra invece sono effigiati i santi Lucia e Gerolamo. Mentre la prima è stata identificata grazie ai suoi peculiari attributi iconografici che consistono nella corona, nella spada e nella ruota dentellata, il secondo è stato per lungo tempo confuso con san Bernardo. Non sono stati sicuramente oggetto di incertezze la santa di Siracusa e san Gerolamo. Lucia è raffigurata mentre stringe un bicchiere ricolmo d’acqua, in cui sta per immergere la palma del martirio, quasi a ribadire che la sua fede è alimentata costantemente. Il santo di Aquileia, invece, è ritratto con i tipici abiti cardinalizi, un libro aperto fra le mani che allude alla sua Vulgata e un leone rannicchiato in fondo ai piedi. In base alla Leggenda Aurea un leone guarito alla zampa da san Gerolamo all’interno del monastero di Betlemme, rimase sempre al suo fianco in fedele segno di riconoscenza. La ricercatezza dei gioielli che adornano le vesti dei personaggi raffigurati, la decorazione dell’abside o della mensa d’altare guarnita con un pregevole medaglione, è spiegata da alcuni studiosi con un’antecedente attività di orafo e miniatore del civitano Antonio Solario.