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LA SERENISSIMA E IL FERMANO
Sant'Elpidio a Mare


Sant’Elpidio a Mare, Pinacoteca civica “Vittore Crivelli” -

Vittore Crivelli, Visitazione della Vergine

a Santa Elisabetta


Il trittico, attribuito intorno alla prima metà del XX secolo a Vittore Crivelli da critici illustri come Luigi Serra e Pietro Zampetti, raffigura l’incontro della Vergine Maria con Elisabetta, narrato anche da san Luca in un celebre passo del Vangelo: “Maria entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Ed ecco che, appena Elisabetta ebbe Udito il saluto di Maria, le balzò in seno il bambino. Elisabetta fu ricolma di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: - Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno -“. Secondo una tradizione che non trova conferma, il trittico venne eseguito per volontà del beato Giacomo della Marca. L’ordine inferiore è tripartito da lesene sormontate da capitelli corinzi e mentre in posizione centrale è immortalato il momento dell’incontro fra le due donne, a destra è raffigurato san Francesco e a sinistra san Giovanni Battista.

Le sante sono avvolte da preziosi manti, i quali grazie a un eccellente chiaroscuro fanno mostra di panneggi in grado di definire a pieno i volumi. Alle spalle della Vergine, su un basso parapetto è poggiato un vaso con tre garofani che racchiudono nella loro isolata semplicità un duplice significato. Il numero dei fiori originariamente importati dalla Tunisia è un assiomatico richiamo alla Trinità, mentre quello che in gergo viene nominato “chiodino” va a preannunciare il sacrificio di Gesù Cristo e richiama alla memoria le parole rivelatrici dell’angelo del Signore: “Maria darà alla luce un figlio (…): egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Dietro le spalle delle due donne, invece, pendono due festoni ricolmi di frutti che non solo hanno una funzione decorativa, ma custodiscono anche un significato intrinseco, traducibile soltanto secondo la simbologia medioevale. La ghirlanda posta dietro alla Vergine è composta da prugne gialle che sottintendono la sua castità, una mela lucida e corposa che allude al peccato originale e un grappolo di ciliegie che pendono dal frutto proibito e riconducono al sangue versato da Cristo. Dietro Elisabetta, al contrario, è sospeso un serto composto da pere che per la dolcezza che li contraddistingue sembrano richiamare alla memoria un passo dei salmi: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”. Fra le foglie è ravvisabile anche una mela che oltre a indicare il malus è altresì sinonimo di redenzione, possibile solamente grazie a quel grappolo d’uva che sembra incarnare la Passione di Cristo, il quale disse ai suoi discepoli: “Io sono la vite e il Padre mio l’agricoltore”. Sulla stessa balaustra su cui è posato il vaso con i tre garofani, sono ravvisabili un libro aperto che è depositario della sapienza rivelata e un rotolo dispiegato che allude alla tradizione dottrinaria. Alla destra delle due sante è effigiato san Francesco d’Assisi con indosso il saio e il cingolo, mentre stringe un crocifisso e fa mostra delle stigmate, suo massimo attributo nella tradizionale arte cristiana. Alla loro destra, invece, è ritratto san Giovanni Battista che secondo l’iconografia più tradizionale è vestito con un povero abito da eremita e stringe nella mano sinistra una croce con il tipico cartiglio avviticchiato. Nel pannello superiore è raffigurata la Crocefissione di Cristo, più volte profetizzata dai frutti raccolti intorno a Maria ed Elisabetta.


Sant’Elpidio a Mare, Pinacoteca civica “Vittore Crivelli” -

Vittore Crivelli, Incoronazione della Vergine


Il polittico attribuito a Vittore Crivelli e proveniente dalla chiesa dei Minori Osservanti di Sant’Elpidio a Mare, è databile fra il 1485 e il 1487. Nonostante sia ormai priva di guglie e cimase, la cornice con pilastrini in legno di tiglio impreziosisce il polittico e richiama alla memoria quelle magistralmente intagliate e poi dorate dai maestri d’ascia di Antonio Vivarini. In mezzo al registro centrale, fra una cortina di angeli dalle ali spiegate e sotto lo sguardo dello Spirito Santo in forma di colomba, si svolge l’incoronazione della Vergine Maria per mano di Gesù Cristo. Le figure slanciate ai lati della coppia insieme alla raffinatezza dei panneggi riecheggiano un gusto ancora tipicamente bizantino. All’estrema destra è riconoscibile grazie ai suoi tipici attributi, san Bonaventura che indossa le vesti cardinalizie sopra il saio dell’Ordine dei Frati Minori. Accanto al doctor seraficus di Bagnoregio è raffigurato san Giovanni Battista, abbigliato con un’umile veste da eremita, mentre stringe una croce con il tipico cartiglio avviticchiato. All’estrema destra dell’ordine inferiore, invece, è effigiato san Ludovico da Tolosa, figlio di Carlo d’Angiò, vestito con i paramenti da vescovo indossati sopra il saio francescano e con il mantello blu trapuntato da dorati gigli araldici, peculiari attributi regali.

Al suo fianco è ravvisabile la figura di san Francesco d’Assisi con indosso il saio e il cingolo, mentre stringe nella mano destra un crocifisso da cui si irradia quel barlume che ricorda le parole di Gesù ai farisei: “Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. L’ordine superiore, invece, presenta in posizione centrale una Pietà aggettante che è racchiusa in una cornice goticheggiante coronata da raffinate cuspidi. Alla sua estrema sinistra è dipinto sant’Antonio da Padova con l’abito francescano, il libro schiuso fra le dita e il giglio, simbolo di purezza e fioritura spirituale. Accanto è ritratto sant’Elpidio, un giovane dai lunghi capelli dorati che stringe nella mano sinistra il modellino della città posta sotto la sua protezione. All’estrema destra dell’ordine superiore è raffigurato un provato san Bernardino da Siena con indosso il saio dei Frati Minori. In vita si prodigò enormemente per diffondere con umiltà e viva adorazione il culto del Nome di Gesù e questo gli valse nelle raffigurazioni sacre l’attribuzione del cristogramma. A fianco è ritratta Maria di Magdala con le dita strette intorno a un pregevole vaso d’unguento che riaccende nella memoria del cristiano il passo del Vangelo di Luca in cui si narra: “Una peccatrice di quella città, saputo che Gesù si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; fermatasi dietro di lui, si rannicchiò ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime; poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”. In basso, lungo la base del polittico, vi è una predella composta da sei pannelli in cui sono illustratati i momenti salienti della vita di san Giovanni Battista.


Sant’Elpidio a Mare, Pinacoteca civica "Vittore Crivelli" -

Vittore Crivelli, Frate francescano che prega



La piccola tavola, rinvenuta nell’archivio comunale di Sant’Elpidio a Mare, è stata attribuita senza indugio da Pietro Zampetti a Vittore Crivelli. Dopo essere stata sottoposta a un restauro conservativo intorno al 1961, si è deciso di esporre l’opera che risale al periodo giovanile del pittore veneziano presso la Pinacoteca civica della cittadina del litorale fermano. Forse si tratta di una formella che originariamente doveva far parte di una predella di un polittico, identificato da molti critici d’arte con uno attualmente depositato presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Compreso entro un’aurea fulgida, il religioso appartenente all’Ordine dei Frati Minori mostra le mani giunte in segno di preghiera e osserva con occhi velati di inquietudine un punto lontano che non ci è permesso sapere. A richiamare l’attenzione dell’osservatore è proprio il linguaggio del corpo che riesce a comunicare una profonda mestizia attraverso la curvatura delle spalle, il capo reclinato d’un lato, il collo leggermente proteso in avanti, le sopracciglia inarcate che caricano lo sguardo di dolente languore, la ruga intorno alle labbra curvate da una smorfia carica di dispiacere.


Sant’Elpidio a Mare, perinsigne collegiata -

Jacopo Negretti detto Palma il Giovane,

Crocefissione con san Pietro,

sant’Antonio Abate e sant’Elpidio


La pala di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane fu quasi certamente eseguita per volontà di un certo Palmerocco Palmerocchi che nel proprio testamento aveva espresso la viva volontà di corredare la cappella di famiglia con una pregevole opera pittorica. Realizzato nel 1590, circa ventiquattro anni dopo il lascito testamentario, il dipinto su tela centinata fu sistemato presso la collegiata di Sant’Elpidio a Mare, nella cappella collocata alla sinistra dell’altare maggiore. Osservando l’opera, è lampante l’impronta conservatrice dell’artista di origini veneziane, così come sono chiare le tracce lasciate dagli ambienti frequentati durante il percorso formativo. La sua inclinazione per l’arte, ereditata dal prozio Palma il Vecchio e dallo zio materno Bonifacio de’ Pitati, in principio fu alimentata attraverso lo studio dei moduli pittorici di Raffaello, Michelangelo e Tintoretto, poi mediante la frequentazione del vivace ambiente urbinate dei della Rovere, dove si lasciò affascinare dalla “maniera moderna” romana.

In seguito tornò a Venezia e le importanti commissioni gli permisero di affermarsi lungo tutto il territorio veneto, al punto tale che si occupò personalmente di concludere la Pietà di Tiziano, lasciato incompleta per il sopraggiungere della morte. In posizione centrale, la crocifissione di Cristo ricorda enormemente quella di Tintoretto eseguita intorno al 1567 e attualmente conservata a Venezia, presso la Scuola Grande di San Rocco. Difatti, forte è il richiamo alla tradizione coloristica veneziana e magistrale è il gioco di luci e ombre proiettate sul massiccio corpo del Salvatore che mettono in evidenza la tensione muscolare di Cristo rispetto al viso completamente in ombra. E’ evidente che Jacopo Negretti conoscesse l’uso espressivo di cui ne avevano fatto Tiziano e Tintoretto. Ai piedi della Croce, invece, sono inginocchiati san Pietro, sant’Elpidio e sant’Antonio Abate. Mentre il primo è facilmente distinguibile per la sua barba corta, i capelli canuti e il mazzo di chiavi poggiato accanto ai bordi della veste vermiglia, il secondo all’estrema destra è riconoscibile per la campanella, suo tipico attributo iconografico. Il terzo, invece, è identificabile con il patrono della cittadina omonima per l’armatura con cui in genere viene raffigurato il santo di cui si dispongono esigue informazioni agiografiche. Al di sopra della croce su cui discende lo Spirito Santo e degli angeli ritratti secondo un dinamismo dal gusto prettamente manieristico, è raffigurato il Padre Eterno che con una mano benedice il Figlio e con l’altra stringe la sfera celeste che allude all’intero universo sottoposto al suo altissimo controllo divino.


Sant’Elpidio a Mare, Pinacoteca civica “Vittore Crivelli” -

Girolamo Dente, detto Girolamo di Tiziano,

L’Assunzione della Vergine


Grazie allo stemma e all’iscrizione sul sarcofago dipinti in primo piano è possibile risalire ai committenti, al nome del pittore e all’anno di realizzazione della pala. L’insegna gentilizia è quella della famiglia Gherardini di Sant’Elpidio a Mare che evidentemente richiese l’esecuzione del dipinto su tela.  Mentre gli epitaffi individuati da Luigi Serra nel 1936, datano l’opera al 1564 e l’attribuiscono a Girolamo Dente, detto anche Girolamo di Tiziano. L’artista, nato a Ceneda, operò principalmente nel Veneto, mentre nel territorio marchigiano purtroppo non sono numerose le attestazioni che lo riguardano. Forse, come suggeriscono diversi studiosi, i committenti non curandosi della scarsa notorietà locale, si lasciarono persuadere dall’eminente pala incaricata dalla famiglia Antiqui di Ancona a Girolamo Dente per la chiesa di San Francesco ad Alto.

L’opera elpidiense che tende alla verticalizzazione, sembra guidare freneticamente l’occhio dell’osservatore verso l’Assunzione della Vergine in Cielo. Difatti, lo sguardo e le braccia dei dodici apostoli protese verso l’alto, fra meraviglia e pura adorazione, spingono l’osservatore a guardare verso il motivo di tanta frenesia. Avvolta da un’aurea luminosa e cinta da una schiera di angeli festanti, la Madonna con le braccia sollevate verso l’alto viene accolta in Paradiso come declama un brano di san Giovanni Damasceno: “Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. (…) Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo Figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio. La pala, divisa in due registri sovrapposti, è accalcata e animata da un dinamismo tipico della “maniera moderna” lungo l’ordine inferiore, mentre sembra essere dominato da una monumentalità statuaria l’Ascensione della Madonna alla Casa Celeste raffigurata in quello superiore. Osservando la tela, inoltre, suscitano particolare curiosità gli unici due personaggi che non hanno il naso puntato verso l’alto. Uno è quello appoggiato sul sarcofago che sembra guardare verso il basso, in direzione dello stemma nobiliare, forse per caricare l’attenzione verso la famiglia che ha commissionato l’opera. L’altro si trova all’estrema destra e ha il viso rivolto verso l’osservatore. Mentre alcuni ritengono che sia l’autoritratto del maestro Girolamo Dente, altri reputano che l’uomo sia semplicemente l’esponente della famiglia Gherardini che ha affidato la realizzazione dell’opera all’artista di Ceneda.